Basilio Gavazzeni: “Vizi capitali e virtù cardinali teologali”. Di seguito la nota integrale.
Senza dubbio Gianfranco Ravasi, cardinale, da cinquant’anni in Italia è il maggiore divulgatore della Bibbia. I credenti di area cristiana, in specie i cattolici, illuminati dal suo magistero e guidati dall’uno o dall’altro testo della sua vasta produzione, possono inoltrarsi senza timore di smarrirsi nel Libro del libri di cui, decenni fa, Umberto Eco recriminava l’assenza nella scuola italiana. Grazie a lui anche i laici interessati vi possono imboccare piste sicure ignorando la segnaletica farneticante di qualche mirabolano sempre nei paraggi. Ai colportori di Geova viene prosciugata gradualmente la palude d’ignoranza in cui sguazzano adescando gli indotti con un’ingiustificata spocchia biblicista.
Dall’ultimo libro che l’illustre biblista ha dato alle stampe (L’alfabeto dell’uomo, San Paolo, 2025), ho tratto un florilegio di citazioni con l’intenzione di offrirlo ai lettori al posto del solito articolo. Un’idea balorda, come se l’autore citasse per abbellire le sue pagine con piume altrui. In realtà dal tempo della formazione, puntato il compasso della specializzazione nelle Sacre Scritture, col cerchio della ricerca inesausta lui è avvezzo a ospitare nelle sue pagine ogni cultura reperibile. San Paolo non erudisce invano a esaminare ogni cosa e ad assimilarne ciò che è bello, buono secondo grecità. Riconosciamolo: Gianfranco Ravasi è un indomito Maestro eclettico proprio perché è uno strenuo biblista. Da lui bisogna apprendere che l’onore reso alla Parola esige l’attenzione alle parole che le corrispondono, anche a quelle che sembrano ignorarla, persino a quelle cadute nel fango o blasfeme che trattengono anche solo una luminescenza di quella originaria.
Sacrifico malvolentieri le decine di citazioni già commesse, a partire dalla battuta di Woody Allen nella prima pagina: A essere buoni si dorme meglio, ma i cattivi da svegli si divertono di più, all’affermazione di Mario Luzi nell’ultima pagina: La virtù, quando non giunge all’amore, è cosa vana, passando dall’arguzia di Jerome Klapka Jerome in una pagina centrale: Il lavoro mi affascina. Potrei stare seduto per ore a guardarlo. Ma abusando del citazionismo conseguente all’eclettismo dello scrittore avrei fatto torto alla sua concezione del rapporto fra Parola e parole e alla sostanza del nuovo libro. Questo nella sua prima parte rappresenta la malefica bruttezza dei sette vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, pigrizia; nella seconda si inchina alla benefica bellezza delle virtù cardinali e teologali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza, fede, speranza, carità.
Del primo settenario mi ha incuriosito la raffigurazione dell’avarizia che è radice dell’usura con cui sono alle prese da decenni. Tale vizio illude i desideri, etimologicamente figliati dalle stelle, pungola il Mazzarò di Giovanni Verga e lo Scrooge di Charles Dickens, auri sacra (esecranda) fames così bollata da Virgilio, lupa maladetta secondo Dante, traviò Giuda contro Cristo per trenta denari e, secoli prima, Acab e Gezabele contro Nabot per una vigna, e soggiace alla macabra rivendicazione dello shakespeariano Shylock contro il suo debitore insolvente.
Poi visto che a détta di non pochi materani è un vizio lasciatoci dai padri contadini ovviamente meno santi, ho stazionato presso il capitolo dell’invidia. Che si rattrista del bene altrui, rodìo di tarlo, carie, livore con cui il diavolo precipitò Adamo, scaraventò Caino contro Abele, manovrò Saul contro Davide conclamato eroe, nella parabola del figlio prodigo oppose al padre di inarrivabile misericordia il figlio maggiore, in un’altra aizzò gli operai della prima ora contro la munificenza del padrone verso i chiamati di fine giornata.
Va controcorrente Gianfranco Ravasi tematizzando le sette virtù più classiche. A dirla tutta, virtù è parola stinta da più di un secolo, ma lui ha la forza di tirarla a lucido. L’illustrazione che fa di ognuna di quelle meriterebbe una sosta meditativa. Mette conto contemplare per qualche istante almeno le prime quattro. Le trascuriamo troppo, dietro gli strascichi regali della fede e della carità che, secondo Charles Péguy, sembrano condurre la sorellina speranza, mentre è lei a strattonarle avanti, senza tregua, arditamente nella vita e oltre la morte.
La prudenza oggi è riservata alla strada, in teoria almeno, e ai cinesi alunni di Confucio. Procedere a passi di piombo con la mente, il cuore e la mano è vantaggio di chi è frónimos, cresciuto alla scuola della prudenza. Purtroppo in giorni che addirittura i filosofi e i teologi esaltano la velocità, sua figlia la sventatezza non fa che moltiplicare guai.
La giustizia è parola che abitualmente pigmenta i discorsi proprio perché pochi credono che la sua amministrazione privata e pubblica, distributiva e commutativa, attribuisca a ciascuno il suo. Non c’è laudatio per la giustizia. Molti condividono con un personaggio di Tolstoj che dove c’è un tribunale c’è iniquità. Già gli antichi pensavano che il massimo del diritto coincide spesso con il massimo della malizia e dell’ingiustizia. Sì, la giustizia ha bisogno di accompagnarsi alla carità e di specchiarsi in quella di Dio.
Di quanta fortezza abbiamo bisogno in quest’epoca mutante? Sotto cieli drammatici, volenti o nolenti, innumerevoli uomini, donne e bambini devono praticare la sopportazione delle prove e l’opposizione al male cui educa la fortezza. Tutto è contro di loro, i signori della geopolitica, le strutture d’ingiustizia e le diseguaglianze economiche, eppure sussistono. La memoria passionis di Gesù Cristo li sorregga.
Per gli antichi greci la temperanza era enkráteia (dominio di sé) e sophrosýne (saggezza moderatrice di pensieri e parole). Contrasta le pulsioni prevalicanti. Non diffida della tavola buona e felice, avversa il vizio della gola e le sue ingordigie trimalcioniche. Inoltre contraria il vizio della lussuria: si propone come il nodo d’oro che tiene insieme sesso-sentimento-amore. Ci rende figli della luce.
Gianfranco Ravasi, illustrandoci i vizi capitali e le virtù cardinali e teologali, ci istruisce sulle loro mobili identità in questo cambiamento d’epoca caratterizzato dalla globalizzazione, dai sistemi economico-finanziari dominanti, dalla digitalizzazione e dall’IA. Conclude che contro l’irruzione del male c’è Cristo via, verità e vita (Gv 12,6). In Lui ha puntato con fermezza il piede del compasso anche nella ricognizione e nel disvelamento delle nostre abitudini sia asservite al male sia condotte da ciò che è vero, buono e bello.